Il significato del presbiterato oggi
(Ritiro del Clero della Diocesi di Palermo. 24 novembre 2009)
Rino La Delfa

I. La situazione dal Concilio ad oggi
Ricordiamo tutti quella che dopo il Concilio fu chiamata ‘crisi dell’identità sacerdotale’ (defezioni, svuotamento dei seminari, scoraggiamenti, ecc.)?
Cos’è avvenuto di fatto?
La riscoperta della sacramentalità dell’episcopato aveva rappresentato senza dubbi uno dei traguardi dottrinali più determinanti del Vaticano II.
La riflessione sul tema dell’episcopato era presente nel primo schema de ecclesia e approderà integralmente alla costituzione dommatica sulla Chiesa, Lumen Gentium per innervarne il capitolo III.
Si può dire che la rinnovata visione ecclesiologica conciliare sigillata dal Concilio in Lumen Gentium sia in larga parte dipesa dalla nacessità di situare in maniera ad esso adeguata la dottrina sull’episcopato in un orizzonte che ne facesse risaltare il tratto missionario.
Gradualmente le implicazioni di questa dottrina prolungheranno la loro eco in altri documenti, dal decreto sull’Ufficio pastorale dei Vescovi, Christus Dominus al decreto sul ministero e la vita sacerdotale, Presbyterorum Ordinis al decreto sull’attività missionaria della Chiesa, Ad Gentes.
Il Concilio cominciò a riflettere sulla teologia del ministero presbiterale quando ne avvertì la inadeguatezza rispetto alla rinnovata dottrina dell’episcopato.
Il nodo attorno a cui si sono aggrovigliati i maggiori problemi, sia durante che dopo il Concilio, era quello di sposare l’idea ‘ministeriale’ e ‘missionaria’ di vescovo delineata dalla Lumen Gentium con l’idea ‘sacrale’ e ‘cultuale’ di presbiterato ereditata dalla tradizione tridentina.
Il Concilio riuscì a plasmare una figura di presbitero ministeriale e missionaria, senza nulla togliere alla mansione sacerdotale-santificatrice del suo ministero.
Tuttavia l’aver posto l’accento più sulla dimensione ecclesiologica che su quella cristologica, che era alla base della visione tradizionale del ministero, ha destato una serie di domande fondamentali, le quali, anzichè trovare un giusto orizzonte di comprensione nella prospettiva ecclesiologica del Concilio stesso, hanno a loro volta innescato la cosidetta ‘crisi dell’identità sacerdotale’. (Pdv,11 suggerirà che la crisi si basò “su un’errata comprensione, talvolta persino volutamente tendenziosa, della dottrina del magistero conciliare”)
Negli anni che seguiranno al Concilio si avvertirà la difficoltà di delineare una teologia del sacramento dell’ordine, di fronte a numerosi problemi rimasti aperti e insoluti.
Tali problemi sono diventati oggetto di due sinodi episcopali che hanno trattato direttamente la questione del secondo grado dell’ordine, in particolare quello del 1971 sul sacerdozio ministeriale e quello del 1990 sul ministero presbiterale.
Da questi due sinodi, sono emersi due significativi documenti magisteriali: ‘Ultimis temporibus,’ de sacerdotio ministeriali, del 30 novembre 1971, pubblicato, per volontà di Paolo VI, così come è uscito dai lavori sinodali, e Pastores dabo vobis, l’esortazione apostolica postsinodale di Giovanni Paolo II, del 25 marzo 1992.
Sia il sinodo del 1971 che quello del 1990 sembrano adottare l’accentuazione piuttosto cristologica dell’identità rispetto a quella del Concilio, volutamente ecclesiologica.
La medesima impressione si ha leggendo la maggioranza dei documenti magisteriali post-conciliari sul presbitero. Essi sembrano mostrare in genere la preoccupazione sinodale di ribadire l’identità e non quella conciliare di presentare globalmente il ministero del presbitero; Infatti la prospettiva che ne deriva e che presiede alla trattazione nei documenti rimane prevalentemente cristologica (Cf. Congregazione per il Clero, Direttorio Dives Ecclesiae per il ministero e la vita dei presbiteri, 31 gennaio 1994; Id., Lettera circolare Il presbitero maestro della Parola, ministro dei sacramenti e guida della comunità in vista del terzo millennio cristiano, 19 marzo 1999; Id., Riflessione “Signore mio e Dio mio” Sacerdote sei mistero di misericordia! 13 maggio 2001; Id., Istruzione Il presbitero, pastore e guida della comunità parrocchiale, 4 agosto 2002; Anche i documenti pastorali della CEI sul tema del presbiterato: Seminari e vocazioni sacerdotali, 16 ottobre, 1979; il documento normativo La formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana, 15 maggio 1980 ripreso e aggiornato nel tempo fino allo scorso anno); il Codice di Diritto Canonico del 1983; la lettera Sacerdotium ministeriale della Congregazione per la Dottrina della Fede (6-8-1983); il documento del Segretariato per l’Unità dei Cristiani che offre la risposta cattolica al BEM (21-7-1987); il nuovo Rito di ordinazione, reso noto nel 1990; il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992; il Direttorio Dives Ecclesiae per il ministero e la vita dei presbiteri (31-1-1994), cit., il documento Il presbitero maestro della parola, ministro dei sacramenti e guida della comunità in vista del terzo millennio cristiano (19-3-1999)).
Meraviglia come la riflessione magisteriale recente sembri non aver saputo o voluto, fare uso delle sue stesse premesse conciliari su tale argomento, ritenendo piuttosto necessario dover ritornare all’impostazione pre-conciliare per salvaguardare l’identità del ministero ordinato.
Ma è davvero così? Alla nozione missionaria di ministero ordinato consacrata dal Concilio Vaticano II nell’orizzonte della sua ecclesiologia, il magistero postconciliare ha davvero opposto la questione della identità sacerdotale, consacrata dal Concilio di Trento? A mio parere andrebbero letti meglio i documenti. Credo infatti che la riflessione magisteriale post-conciliare abbia inteso coniugare insieme ministero e identità presbiterali, reciprocamente senza voler sminuire alcuno dei tratti distintivi. E che semmai la precedenza della dimensione cristologica rispetto a quella ecclesiologica sia da considerare un fatto determinante per coniugare insieme i due aspetti.
La difficoltà non indifferente per il Concilio stava nel dover sposare l’idea ‘ministeriale’ e ‘missionaria’ di vescovo delineata dalla LG con l’idea ‘sacrale’ e ‘cultuale’ di presbitero ereditata dalla tradizione tridentina.
Secondo quest’ultima, “Esiste un sacerdozio visibile del Nuovo Testamento col particolare potere spirituale di consacrare l’eucaristia e rimettere sacramentalmente i peccati. Questo sacerdozio è trasmesso mediante il sacramento dell’ordine: uno degli effetti del sacramento è il segno indelebile del carattere. Con l’ordine si ricollega l’ineliminabile struttura ‘gerarchia’ dell’ufficio sacerdotale, che si appoggia sulla missione di Cristo e non può essere dedotto dal ‘basso’” (Lettera dei vescovi tedeschi sull’ufficio sacerdotale , 1970) [unico grado: perdita del diaconato; Vescovo consacrato; sacerdozio diventa centrale).
Ora che il presbiterato veniva considerato come secondo grado dell’Ordine, dipendente dal primo, ne doveva riproporre i tratti: così il Concilio Vaticano II riuscì a plasmare, con molta fatica ma con un buon risultato, una figura di presbitero ‘ministeriale’ e ‘missionaria’, all’interno della quale raccoglie anche elementi più tradizionali in un intreccio sapientemente ecclesiologico e cristologico.

Per il vero, come è facile intuire, in Concilio si sono fronteggiate due teologie: da una parte quella tradizionale-cultuale, sostenuta particolarmente dai vescovi dei paesi di antica cristianità; e dall’altra, portata a Roma in particolare dai vescovi dei paesi di nuova cristianità, la concezione missionaria del ministero, che proponeva invece di partire dal presbitero e dal vescovo come inviati ad evangelizzare prima che a celebrare i sacramenti. L’esito globale è solido: è stata recepita in LG 28 e in PO 2, la visione missionaria del ministero; è indicativo in proposito il fatto che il decereto da solo contenga più di trenta riferimenti alla teologia della missione (In PO ricorre 21 volte il termine ‘missio’, 2 volte ‘missionalis’, 5 volte ‘missus’ e 9 volte il verbo ‘mitto’).
I numerosi commentatori del Concilio hanno prontamente evidenziato i tratti ‘nuovi’ che, considerati insieme, delineano la figura teologica del ministro ordianto secondo il Concilio.
In particolare, l’esegesi sul Concilio rileva i seguenti tratti distintivi del ministero: (1) Il Concilio ha posto le basi per un corretto rapporto tra dimensione cristologica ed ecclesiologica del ministero ordinato; mentre la teologia precedente esauriva il presbitero nella sola relazione con Cristo, il Vaticano II ha aperto la via promettente della “doppia rappresentanza” insieme di Cristo e della Chiesa. (2) Ha tolto il ministero ordinato dall’isolamento individualistico nel quale era considerato prima, recuperando il valore basilare del sacerdozio comune, il presbiterio, la collegialità dell’episcopato: prende così avvio un diverso rapporto tra dimensione individuale e comunitaria del ministero. (3) Ha soprattutto riletto in chiave missionaria l’intera teologia dell’Ordine, trattando di conseguenza del rapporto tra culto e apostolato in modo unitario, in tensione con l’accentuazione del compito cultuale propria dell’impostazione precedente consacrata dal Concilio di Trento e armonizzando così ordine e giurisdizione. (4) Ha infine evidenziato la discontinuità nel rapporto tra sacerdozio pagano-veterotestamentario e sacerdozio neotestamentario (a fronte di una visione pre-conciliare che la misconosceva quasi completamente). (5) Ha fatto derivare dal ministero le esigenze della vita spirituale e non viceversa.
Dall’analisi dei testi conciliari appare chiaro come il Concilio sviluppi la dottrina sul presbitero in relazione all’ecclesiologia e alla cristologia.
II. Punti da tenere presenti nella composizione del profilo del presbitero (formazione e spiritualità)
1. Importanza del riferimento a Cristo e alla Chiesa nella formazione e nella spiritualità. (duplice riferimento alla missione dei laici sulla base del Battesimo e dei vescovi come primi missionari e garanti della comunione ecclesiale sulla base della sacramentalità dell’episcopato).
2. Il vescovo rappresenta l’immagine paradigmatica della missione di tutta la Chiesa. Il presbitero a immagine del vescovo si scopre partecipe di una dinamica missionario-ecclesiale prima che parte di una prospettiva sacramentale-sacrificale.
Da Trento in poi il presbitero veniva definito essenzialmente in funzione dell’eucaristia: il sacramento dell’ordine dà questo potere e il carattere che conferisce deputa a questo ufficio. Tutte le altre funzioni esercitate dal prete non erano specificamente sacerdotali o, almeno, non avevano la loro radice nel sacramento. Esse trovavano la loro radice nella giurisdizione, che emerge e si impone come la tematica fondamentale nella ecclesiologia post-tridentina. La giurisdizione definiva la posizione del sacerdote nella comunità ecclesiale: il prete con il vescovo e con il Papa costituiva la gerarchia; e in essa era in posizione inferiore rispetto al vescovo. Il presbitero appariva quindi legato al vescovo non da un sacramento, ma dalla giurisdizione. (forse questo retaggio sussiste e impedisce la ripresa di un rapporto autentico)
3. La novità conciliare consiste nell’avere per sempre diradato questa prospettiva univoca, invocando per il prete, attraverso il richiamo ai tria munera di Cristo, una identità sacramentale, la quale, da sola, esprime il vincolo ‘ontologico’ che l’ordinazione stabilisce tra il presbitero e Cristo, e conseguentemente tra il presbitero e il vescovo.
Questa scelta tanto determinante porta con sè delle conseguenze non indifferenti per l’ecclesiologia e la teologia del ministero stesso. Ne segnaliamo alcune. In primo luogo, va indicato il superamento di un dualismo ecclesiologico che sta alla base della distinzione dell’attività della Chiesa in due potestates, distinzione tra una potestas ordinis e una potestas iurisdictionis, testimoniata esplicitamente dal secolo XIII in poi (a causa di una discarsia tra interpretazione agostiniana e scolastica). In tale prospettiva la Chiesa non si comprende più tanto come realtà sacramentale entro la quale vi sono anche determinazioni giuridiche (il piano della grazia e dei sacramenti: Ecclesia communio), quanto come societas di tipo giuridico entro la quale vi sono anche i sacramenti (il piano del diritto e dell’amministrazione: Ecclesia societas). Al suo interno, l’essenza del sacerdozio consiste nell’abilitazione al ministero cultuale derivante dalla potestas ordinis; mentre i compiti di predicazione e guida pastorale derivavano dalla potestas iurisdictionis e non fanno parte dell’essenza teologica del sacerdozio. In termini molto semplici: dal sacramento proveniva il ministero liturgico, mentre dal diritto il ministero magisteriale e pastorale.
Il superamento di tale dualismo, e la conseguente armonizzazione di ordine e giurisdizione, per il prete avviene – come abbiamo detto – mediante la riconduzione di tutti e tre i munera all’Ordine. Parlando di ministero presbiterale, il Concilio rifiuta le alternative tra ‘evangelizzatore’, ‘uomo di culto’ o ‘pastore’. Il prete è tutti e tre gli aspetti insieme. Essi non sono semplicemente giustapposti, ma profondamente integrati e vicendevolmente ordinati.
4. Avere stabilito il concetto della doppia rappresentanza, esprime da una parte il legame con Cristo, ampiamente riconosciuto dalla Tradizione, rapporto che però non si risolve in una superiore ‘dignità’ rispetto al popolo di Dio ma in un servizio ad esso. Dall’altra parte esso implica un carattere essenzialmente comunitario del presbiterato. Il Concilio ha infatti liberato il prete dall’indivdualismo cui lo aveva relegato una certa interpretazione cristologica, mettendo in evidenza il legame di consacrazione-missione tra tutti i presbiteri e di questi con i vescovi. Tale aspetto diventa teologicamente fruibile a partire dal recupero del concetto di presbiterio. In relazione alla Chiesa, mediante il chiarimento del rapporto tra ministero sacerdotale e sacerdozio comune.
III. L’importanza della crisi per la ripresa del legame tra Cristo e Chiesa nella formazione del presbitero
Si vuole adesso ricomporre la teologia dei due aspetti (sacrale e missionario) così come vogliono esprimerla i due maggiori documenti sul sacerdozio dopo il Concilio:
a. ‘Ultimis temporibus,’ de sacerdotio ministeriali, del 30 novembre 1971
Per il sinodo del ’71, il sacerdozio ordinato risulta “necessario” in quanto segno e strumento della grazia preveniente, così che la Chiesa mantenga quella coscienza della sua dipendenza da Cristo che è conditio sine qua non della sua esistenza e missione. La chiave di volta del documento tuttavia consiste nella reiterata sottolineatura di Cristo come colui che esprime e manifesta la presenza e la efficacia dell’amore preveniente di Dio (n. I,1): in tal senso lo stesso “sacerdote è il segno del divino e preveniente disegno, che oggi è proclamato ed è efficace nella Chiesa” (n.I,4).
L’accesso a Cristo avviene attraverso la Chiesa degli apostoli ma nel senso della mediazione specificata nel seguente passo: “Un solo ministero sacerdotale del nuovo testamento, che continua l’ufficio di Cristo mediatore, ed è distinto essenzialmente e non solo per grado dal sacerdozio comune di tutti i fedeli (cf. LG 10), rende perenne l’opera essenziale degli apostoli: infatti col proclamare efficacemente il vangelo, col congregare e guidare la comunità, col rimettere i peccati e soprattutto con la celebrazione eucaristica, rende presente Cristo capo della comunità nell’esercizio della sua opera dell’umana redenzione” (n.I,4). la Chiesa è stata associata a sè da Cristo per essere sacramento di quella salvezza che da Dio ci è pervenuta attraverso Cristo (n.I,3).
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Forse il modo migliore di commentare queste affermazioni è quello di citare un’affermazione di Paolo VI, Papa di quel sinodo. Nel messaggio ai sacerdoti a chiusura dell’anno della fede (1968), suggeriva: “Il prete è di per sè il segno dell’amore di Cristo verso l’umanità, ed il testimone della misura totale con cui la Chiesa cerca di realizzare quell’amore, che arriva fino alla croce”.
In questo caso cioè non vale semplicemente sottolineare l’uso della categoria del segno per esprimere le realtà soprannaturali presenti nel mondo, quanto invece la forza dell’aggettivo ‘preveniente’ col quale si vuole implicare una chiamata per il sacerdote ad essere davanti alla Chiesa, a immagine di Cristo, la garanzia che il piano di Dio, voluto in Cristo, si realizza mediante la Chiesa. In considerazione di ciò, il rapporto presbitero-Cristo appare forse esclusivo se letto dalla prospettiva della categoria di segno, mentre si apre a una ulteriore interpretazione, se lo si legge nella prospettiva del qualificativo ‘preveniente’, un concetto che per sua natura rimanda piuttosto al rapporto Chiesa-mistero, ovvero alla prospettiva ecclesiologica del Vaticano II, la quale non elude l’aspetto cristologico ma lo sottende, elaborandolo nella dimensione ecclesiologica, secondo il principio della doppia rappresentanza.
Se il segno è per la Chiesa e l’umanità (e questo è Cristo, considerato nella veste gerarchica della Chiesa, la cui iniziativa apostolica è attuata in continuità con la capitanità di Cristo), l’azione preveniente di Dio in Cristo include invece la Chiesa non solo come destinataria ma anche come latrice della sua grazia (e questo esprime il rapporto sacramentale Cristo-Chiesa, il quale manifesta comunque l’assoluta priorità di Cristo sulla Chiesa, mentre rende la Chiesa relativa a Cristo davanti al mondo). Nella prospettiva dell’analogia sacramentale istituita dal Concilio la Chiesa non è segno a se stessa ma sacramento universale di ciò che Cristo ha fatto. La sacramentalità, dunque, in forza della non debole analogia su cui si fonda, più che servire a indicare il mistero, rappresenta il modo della partecipazione al mistero stesso.
(L’accentuazione cristologica del sinodo del ’71 rispetto al Concilio è dovuta al tentativo di recuperare la specificità teologica del prete in risposta alla crisi. Al Concilio è mancato lo stimolo che muove il sinodo, cioè la “crisi di identità”, che impone la ricerca delle ragioni di esistenza del sacerdozio. Viceversa al sinodo è mancata la “serenità” del Concilio, così che i suoi testi risultano ad alcuni più datati e meno utili per una presentazione organica del presbiterato).
b. Pastores dabo vobis, l’esortazione apostolica postsinodale di Giovanni Paolo II, del 25 marzo 1992
Pastores dabo vobis considera il presbitero alla luce della Chiesa mistero, comunione e missione (n.12) e nella relazione fondamentale con Cristo capo e pastore, al quale il sacerdote deve conformarsi nella vita spirituale mediante l’esercizio della carità pastorale (nn. 13-15; 21-23).
“E’ all’interno del mistero della Chiesa, infatti, come mistero di comunione trinitaria in tensione missionaria, che si rivela ogni identità cristiana, e quindi anche la specifica identità del sacerdote” (n. 12). Ma la Chiesa, in quanto mistero, “è essenzialmente relativa a Gesù Cristo”. Da qui il rapporto preferenziale del sacerdote a Cristo: “Il riferimento a Cristo – impone l’esortazione – è la chiave assolutamente necessaria per la comprensione della realtà sacerdotale” (n. 12). “I presbiteri sono nella Chiesa e per la Chiesa una ripresentazione sacramentale di Cristo capo e pastore” (n. 15).
Incuriosisce l’asserzione che riguarda l’essere del presbitero “nella Chiesa ma anche di fronte alla Chiesa”, atta a distinguere contemporaneamente due modalità di essere del soggetto descritto.
Per il vero l’espressione non fu coniata al sinodo ma appartiene alla riflessione teologica degli anni ’70. Pastores dabo vobis recita: “Gli apostoli e i loro successori, quali detentori di un’autorità che viene loro da Cristo capo e pastore, sono posti – col loro ministero – di fronte alla Chiesa come prolungamento visibile e segno sacramentale di Cristo nel suo stare di fronte alla Chiesa e al mondo, come origine permanente e sempre nuova della salvezza” (n. 22).
Lo stesso paragrafo antecedentemente aveva preparato la via a tale affermazione allorchè aveva asserito “Non si deve pensare al sacerdozio ordinato come se fosse anteriore alla Chiesa, perchè è totalmente al servizio della Chiesa stessa; ma neppure come se fosse posteriore alla comunità ecclesiale, quasi che questa possa essere costituita senza tale sacerdozio”. Questa citazione adeguatamente commenta il senso dell’affermazione “di fronte alla Chiesa”: Per mezzo del sacerdozio ministeriale la Chiesa prende coscienza di non essere da se stessa ma dalla grazia di Cristo nello Spirito Santo. Perciò al n. 12, Pastores dabo vobis aveva affermato: “In questo contesto l’ecclesiologia di comunione diventa decisiva per cogliere l’identità del presbitero, la sua originale dignità, la sua vocazione e missione nel popolo di Dio e nel mondo. Il riferimento alla Chiesa è, perciò, necessario, anche se non prioritario nella definizione dell’identità del presbitero. In quanto mistero, infatti la Chiesa è essenzialmente relativa a Gesù Cristo…”
Non è pura coincidenza che, al pari del documento finale del sinodo del ’71 con la sua insistenza sulla “prevenienza”, anche per l’esortazione pontificia che è seguita al sinodo del ’90, la chiave di lettura dell’intero documento risieda nella dinamica conciliare della doppia rappresentanza, espressa anche qui dal reiterarsi di una espressione “nella Chiesa e di fronte alla Chiesa”, che per la sua valenza tecnica e l’insistenza delle sue apparizioni, specie nei punti più delicati del discorso, esprime tale duplice dinamica.
IV. Valutazioni conclusive
La Chiesa non si identifica totalmente con il suo Signore: la realtà di Cristo è eccedente rispetto a quella della Chiesa; nel momento in cui la Chiesa perdesse la coscienza di questo ‘scarto’ tra essa e Cristo, cesserebbe di essere Chiesa, perchè soffocherebbe nell’illusione di una impossibile autorealizzazione della salvezza.
Il ministero ordinato si colloca entro questo scarto: nello stesso tempo “dentro” la Chiesa e “di fronte” ad essa (non fuori, nè sopra, o come se fosse mediatore), come segno e strumento personale e visibile dell’invisibile primarietà di Cristo. Il ministero ordinato è costitutivo della Chiesa proprio perchè l’autocoscienza della Chiesa di essere “Ecclesia Christi” non è accidentale, ma condizione per l’esistenza della Chiesa stessa. In tal senso si possono – col Concilio – recuperare i dati neotestamentari che mostrano effettivamente come il ministero ordinato derivi dalla linea apostolico-episcopale della missione e si eserciti come doppia “rappresentanza” di Cristo e della Chiesa. Gli elementi cristologico ed ecclesiologico del ministero ordinato vanno mantenuti in tensione dialettica e sono entrambi necessari, pur nella primarietà fondante del primo.
Tale tensione dialettica, se mantenuta costantemente, da sola, potrà evitare di fare cadere la considerazione del ministero nella esclusiva interpretazione cristomonistica della quasi-identificazione Cristo-sacerdote e nella insistenza sulla alterità del ministro nei confronti della Chiesa, facendone, a immagine di Cristo, il “mediatore” tra Cristo e la Chiesa.
D’altro canto, essa evita che la Chiesa, punto di forza di una interpretazione ecclesiomonistica, venga, nella logica delle rivendicazioni “democraticistiche’ biasimate dai documenti postconciliari, considerata non tanto un fondamento del ministero, quanto la realtà assoluta da cui esso deriva.
La riscoperta dell’istituto del presbiterio, avvenuta ad opera della Lumen Gentium, costituisce il locus theologicus entro cui tenere desta questa tensione. Non si può comprendere altrimenti l’insistenza con cui la Pastores dabo vobis connoti come “relazionale” l’identità del presbitero: “ Si può comprendere la connotazione essenzialmente ‘relazionale’ dell’identità del presbitero: mediante il sacerdozio, che scaturisce dalla profondità dell’ineffabile mistero di Dio. Ossia dall’amore del Padre, dalla grazia di Gesù Cristo e dal dono dell’unità dello Spirito santo, il presbitero è inserito sacramentalmente nella comunione con il vescovo e con gli altri presbiteri”. Il presbiterio declina presbitero al plurale e lo pone immediatamente nella tensione dialettica della doppia rappresentazione. Ne deriva un eccezionale postulato al quale nè il Concilio, con la sua preoccupazione di evitare l’aggettivo “collegiale” per il presbiterio, nè la successiva riflessione magisteriale hanno ancora tributato sufficiente e adeguata attenzione. L’immanenza del presbitero al presbiterio conferisce al presbitero la sua identità ecclesiale propria e specifica la Chiesa come una realtà sinodale, sia nella sua dimensione locale che nella sua tensione universale.