lunedì 22 febbraio 2010

Cattedra di San Pietro Apostolo(festa)

Cattedra di San Pietro Apostolo(festa)
Dalla catechesi di Benedetto XVI (22 febbraio 2006)
Meditazione sul tema : "La Cattedra di Pietro, dono di Cristo alla sua Chiesa"

Cari fratelli e sorelle!
La Liturgia latina celebra oggi la festa della Cattedra di San Pietro. Si tratta di una tradizione molto antica, attestata a Roma fin dal secolo IV, con la quale si rende grazie a Dio per la missione affidata all'apostolo Pietro e ai suoi successori. La "cattedra", letteralmente, è il seggio fisso del Vescovo, posto nella chiesa madre di una Diocesi, che per questo viene detta "cattedrale", ed è il simbolo dell'autorità del Vescovo e, in particolare, del suo "magistero", cioè dell'insegnamento evangelico che egli, in quanto successore degli Apostoli, è chiamato a custodire e trasmettere alla Comunità cristiana. Quando il Vescovo prende possesso della Chiesa particolare che gli è stata affidata, egli, portando la mitra e il bastone pastorale, si siede sulla cattedra. Da quella sede guiderà, quale maestro e pastore, il cammino dei fedeli, nella fede, nella speranza e nella carità.


Quale fu, dunque, la "cattedra" di san Pietro? Egli, scelto da Cristo come "roccia" su cui edificare la Chiesa (cfr Mt 16, 18), iniziò il suo ministero a Gerusalemme, dopo l'Ascensione del Signore e la Pentecoste. La prima "sede" della Chiesa fu il Cenacolo, ed è probabile che in quella sala, dove anche Maria, la Madre di Gesù, pregò insieme ai discepoli, un posto speciale fosse riservato a Simon Pietro. Successivamente, la sede di Pietro divenne Antiochia, città situata sul fiume Oronte, in Siria, oggi in Turchia, a quei tempi terza metropoli dell'impero romano dopo Roma e Alessandria d'Egitto. Di quella città, evangelizzata da Barnaba e Paolo, dove "per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani" (At 11, 26), dove quindi è nato il nome cristiani per noi, Pietro fu il primo vescovo, tanto che il Martirologio Romano, prima della riforma del calendario, prevedeva anche una specifica celebrazione della Cattedra di Pietro ad Antiochia. Da lì, la Provvidenza condusse Pietro a Roma. Quindi abbiamo il cammino da Gerusalemme, Chiesa nascente, ad Antiochia, primo centro della Chiesa raccolta dai pagani e ancora unita con la Chiesa proveniente dagli Ebrei. Poi Pietro si recò a Roma, centro dell'Impero, simbolo dell'"Orbis" - l'"Urbs" che esprime l'"Orbis" la terra - dove concluse con il martirio la sua corsa al servizio del Vangelo. Per questo la sede di Roma, che aveva ricevuto il maggior onore, raccolse anche l'onere affidato da Cristo a Pietro di essere al servizio di tutte le Chiese particolari per l'edificazione e l'unità dell'intero Popolo di Dio.


La sede di Roma, dopo queste migrazioni di San Pietro, venne così riconosciuta come quella del successore di Pietro, e la "cattedra" del suo Vescovo rappresentò quella dell'Apostolo incaricato da Cristo di pascere tutto il suo gregge. Lo attestano i più antichi Padri della Chiesa, come ad esempio sant'Ireneo, Vescovo di Lione, ma che veniva dall'Asia Minore, il quale, nel suo trattato Contro le eresie, descrive la Chiesa di Roma come "più grande e più antica, conosciuta da tutti; ... fondata e costituita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo"; e aggiunge: "Con questa Chiesa, per la sua esimia superiorità, deve accordarsi la Chiesa universale, cioè i fedeli che sono ovunque" (III, 3, 2-3). Tertulliano, poco più tardi, da parte sua, afferma: "Questa Chiesa di Roma, quanto è beata! Furono gli Apostoli stessi a versare a lei, col loro sangue, la dottrina tutta quanta" (La prescrizione degli eretici, 36). La cattedra del Vescovo di Roma rappresenta, pertanto, non solo il suo servizio alla comunità romana, ma la sua missione di guida dell'intero Popolo di Dio.

Celebrare la "Cattedra" di Pietro, come facciamo oggi, significa, perciò, attribuire ad essa un forte significato spirituale e riconoscervi un segno privilegiato dell'amore di Dio, Pastore buono ed eterno, che vuole radunare l'intera sua Chiesa e guidarla sulla via della salvezza. Tra le tante testimonianze dei Padri, mi piace riportare quella di san Girolamo, tratta da una sua lettera scritta al Vescovo di Roma, particolarmente interessante perché fa esplicito riferimento proprio alla "cattedra" di Pietro, presentandola come sicuro approdo di verità e di pace. Così scrive Girolamo: "Ho deciso di consultare la cattedra di Pietro, dove si trova quella fede che la bocca di un Apostolo ha esaltato; vengo ora a chiedere un nutrimento per la mia anima lì, dove un tempo ricevetti il vestito di Cristo. Io non seguo altro primato se non quello di Cristo; per questo mi metto in comunione con la tua beatitudine, cioè con la cattedra di Pietro. So che su questa pietra è edificata la Chiesa" (Le lettere I, 15, 1-2).


Cari fratelli e sorelle, nell'abside della Basilica di S. Pietro, come sapete, si trova il monumento alla Cattedra dell'Apostolo, opera matura del Bernini, realizzata in forma di grande trono bronzeo, sorretto dalle statue di quattro Dottori della Chiesa, due d'occidente, sant'Agostino e sant'Ambrogio, e due d'oriente, san Giovanni Crisostomo e sant'Atanasio. Vi invito a sostare di fronte a tale opera suggestiva, che oggi è possibile ammirare decorata da tante candele, e pregare in modo particolare per il ministero che Iddio mi ha affidato. Alzando lo sguardo alla vetrata di alabastro che si apre proprio sopra la Cattedra, invocate lo Spirito Santo, affinché sostenga sempre con la sua luce e la sua forza il mio quotidiano servizio a tutta la Chiesa. Di questo, come della vostra devota attenzione, vi ringrazio di cuore.

Fonte: vatican.va ("RIV.").

martedì 16 febbraio 2010

San Gabriele dell’Addolorata con San Luigi de Montfort ai Sabati Mariani


San Gabriele dell’Addolorata con San Luigi de Montfort ai Sabati Mariani
(del nostro corrispondente a Roma Carlo Mafera)

Padre Alberto Valentini, mariologo monfortano, ha presentato la figura di San Gabriele dell’Addolorata nel decimo incontro dei Sabati Mariani alla basilica di S. Maria in via Lata il giorno 13 febbraio. Egli ha messo in evidenza la mariologia di San Gabriele confrontandola con quella di San Luigi de Grignon de Monfort trovando dei parallelismi spirituali pur non avendo il primo mai avuto una conoscenza diretta dei libri del secondo. Il santo italiano desiderava ardentemente di leggere il famoso Trattato della vera devozione a Maria senza poter riuscire ad ottenere la sua traduzione. Ciò nonostante ebbe modo di scrivere il Simbolo Mariano, una sorta di sintesi teologica esperienziale dove riportava il pensiero dei santi che avevano avuto una particolare devozione a Maria. In questo Simbolo riecheggiano molti temi cari al Monfort, a riprova che esiste una comunicazione interspirituale profonda tra i santi anche se questi non sono venuti mai alla reciproca conoscenza. Mi piace riportare le conclusioni di Padre Valentini, professore al Marianum di Roma, che ha messo in evidenza nelle ultime battute della conferenza quanto segue: “Per quanto diversi, i due autori hanno in comune una grande spiritualità mariana che costituisce il segreto della loro santità e del loro eccezionale apostolato. Su questo piano si pone anche il rapporto tra Gabriele e Montfort: essi convergono nell’essenziale, nell’esperienza di Maria. È significativo e profetico in tal senso un testo del Trattato, nel quale si può ravvisare la vicenda spirituale di Gabriele: «Quando verrà quel tempo nel quale le anime respireranno Maria come i corpi respirano l’aria? In quel tempo avverranno cose mirabili su questa misera terra, perché lo Spirito santo vi troverà la sua cara Sposa come riprodotta nelle anime, e quindi scenderà su di loro con l’abbondanza e la pienezza dei suoi beni – in particolar modo del dono della sua Sapienza -, per operarvi meraviglie di grazia… Quando verrà questo tempo felice, quest’era di Maria, nella quale non poche anime elette che ella avrà ottenuto dall’Altissimo, s’immergeranno volontariamente nell’abisso del suo interno e diverranno copie viventi di Maria, per amare e glorificare Gesù Cristo? (VD 217). Gabriele si colloca in tale contesto: è una di quelle anime elette dell’era di Maria, plasmate dallo Spirito. È questo il suo mondo. Tra i santi c’è indubbiamente una comunicazione profonda: se con S. Alfonso, Gabriele ha potuto comunicare direttamente facendone propri le parole e il messaggio,
con Montfort non ha potuto fare altrettanto: ha cercato a lungo, avidamente, il libro intuendone in qualche modo il profondo significato e la consonanza con quanto egli sentiva e viveva. Qui come afferma Montfort e come, da biblista, osserva acutamente Artola, c’è l’azione dello Spirito della nuova alleanza che plasma i santi. Accanto alla teologia-mariologia dotta – egli osserva – c’è un’altra conoscenza, quella vitale, esperienziale36, della quale protagonista è lo Spirito di Dio. Artola parla della scienza teologica e mariana dei santi che ha fatto progredire il dogma, e si è rivelata nei secoli più creativa e originale della teologia razionale37. Il Simbolo di Gabriele si colloca in tale contesto e va letto in chiave carismatica. A questo livello bisogna intendere i rapporti
tra Gabriele e Montfort, tra il Simbolo mariano e il Trattato della vera devozione. Al di là delle differenze, per le quali Montfort può apparire più maestro e Gabriele più testimone, c’è la comunicazione al medesimo Spirito: «Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; / vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; / vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti. / … Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole» (1Cor 12,4-6.11). Non a caso il Segreto di Maria – preludio o compendio del Trattato – si apre con queste parole: «Ecco un segreto che l’Altissimo mi ha insegnato, e che non potuto trovare in alcun libro antico o recente. Te lo confido da parte dello Spirito santo…». Presentando poi il mistero di Maria, all’inizio del Trattato, Montfort invita allo stupore, al silenzio apofatico: «Hic taceat omnis lingua» (VD 12); e a conclusione della prima parte del Trattato – prima di introdurre la perfetta consacrazione alla Vergine – usa ancora espressioni misteriose, ispirate al genere apocalittico: «Qui legit, intelligat. Qui potest capere, capiat» (VD 12). A livello profondo, più che su aspetti materiali e caratteristiche dei testi, i due santi si incontrano e comunicano mirabilmente: «Siccome l’essenziale di questa forma di devozione consiste nell’interiore che deve formare, essa non sarà compresa ugualmente da tutti... Lo stesso Spirito di Cristo introdurrà in questo segreto l’anima molto fedele, perché avanzi di virtù in virtù, di grazia in grazia, di luce in luce, e giunga alla trasformazione di se stessa in Gesù Cristo» (VD 119). È qui il terreno d’incontro della spiritualità mariana di Gabriele con quella di Montfort, come del resto apparirà dalle note fondamentali della consacrazione monfortana e dell’esperienza spirituale del giovane passionista. Paradossalmente, come si è accennato, i contatti espliciti tra i due santi si trovano più negli altri scritti che nel Simbolo, il quale - per quanto esprima l’intimo di Gabriele - dipende maggiormente da altri autori. In ogni caso, il Simbolo è un punto di arrivo, un gioiello posto a conclusione di una straordinaria esperienza mariana. La spiritualità-consacrazione monfortana è un atto di totale consacrazione-appartenenza a Maria, per essere consacrati e appartenere totalmente a Gesù Cristo, a lode e gloria della Santa Trinità (cf. VD 121). Questo è il senso della formula tecnica “schiavitù d’amore”: un servizio incondizionato alla Vergine e per mezzo di lei a Cristo e al Padre. Gabriele protesta continuamente la sua appartenenza alla Vergine addolorata: fa della sua vita un servizio a lei per essere fedele a Gesù, in conformità alla sua consacrazione. Così scrive al fratello: «Metti in esecuzione quest’ultimo mio povero consiglio e non dubitare che a tutto riuscirai, tutto ti sarà facile: Servi a Maria. Nota poi quel “servi”. Non basta per te una qualche devozioncella, no;, ma “Servi a Maria”. La totalità di questa dedizione alla Vergine, che coinvolge interamente la sua vita, Montfort la esprime attraverso quattro formule onnicomprensive: Tutto per mezzo di Maria (258-259), con Maria (260), in Maria (261-264) e per Maria (265). - «Bisogna compiere le proprie azioni per mezzo di Maria. Bisogna cioè obbedire in ogni azione a Maria e lasciarsi muovere dal suo spirito che è il santo Spirito di Dio» (VD 258).
Per Gabriele, Maria è «la ruota principale che… mosse tutte le altre, fu la tenera, totale,
generosa, costante devozione alla gran Madre di Dio… Dalla devozione a Maria egli ottenne il possesso di tutte le virtù. Il suo totale affidamento a Maria si esprime in maniera immediata ed eloquente nell’invocazione abituale: «O mamma mia pensaci tu!».
- «Bisogna compiere le proprie azioni con Maria. Bisogna cioè elevare gli occhi a Maria come al modello di ogni virtù e perfezione, plasmato espressamente dallo Spirito santo perché le nostre deboli forze potessero imitarlo» (VD 260). Gabriele, con accentuazione diversa, parla di far compagnia a Maria Addolorata e di gioire in lei come in un paradiso: «Fare compagnia all’Addolorata; i dolori di Maria il mio paradiso». - Montfort si sofferma in particolare sulla formula in Maria: si tratta non solo di compiere tutto in Maria, ma di vivere e riposare in lei in un’esistenza piena di felicità. «Per capire bene quest’atteggiamento spirituale, occorre ricordare che la Vergine Maria è il vero paradiso terrestre del nuovo Adamo, di cui l’antico era semplicemente una figura… è la porta orientale, attraverso la quale il grande sacerdote Gesù Cristo entra ed esce nel mondo… è il santuario della Divinità, il riposo della Trinità, il trono di Dio, la città di Dio, l’altare di Dio, il mondo di Dio… Quale felicità poter entrare e rimanere in Maria, dove l’Altissimo ha posto il trono della suprema sua gloria… I miseri figli di Adamo ed Eva, cacciati dal paradiso terrestre, possono entrare in quest’altro paradiso soltanto per una grazia speciale dello Spirito Santo. Dopo aver ottenuto…questa grazia eccezionale, bisogna abitare nel bell’interno di Maria con gioia, riposarvi in pace, mettervi il fondamento e perdervisi totalmente» (VD 261-264), per essere nutriti «con il latte della sua grazia e della sua materna misericordia»; liberati «da turbamenti, timori e scrupoli»; rimanere «al sicuro da ogni nemico, dal demonio, dal mondo e dal peccato, i quali non sono mai riusciti ad entrarvi»; perché l’anima «vi sia formata in Cristo e Cristo in lei, perché il seno di Maria – osservano i Padri – è la sala dei misteri divini, in cui sono stati formati il Cristo e gli eletti» (VD 264). Su questo punto la convergenza tra i due santi è davvero straordinaria: Gabriele presenta Maria come “mistica tenda” e “seno-castello” di rifugio, come si legge nel breve scritto “Recurrendum”, che deriva, com’è noto, da Tommaso da Kempis, ma dal quale si può ben comprendere lo spirito e l’esperienza di Gabriele, il quale anche mediante le citazioni – e spesso proprio attraverso di esse – rivela la sua vita e la sua spiritualità. In ogni caso, sono degni di nota i contatti tra la visione di Montfort – anch’essa ricca di citazioni biblico-patristiche e di autori spirituali – e quella di Gabriele.
Il seno di Maria è stata la dimora del Figlio di Dio e dev’essere la dimora dei figli di Dio. È un castello-rifugio in cui si è al riparo dai nemici e dagli assalti del male. Un luogo di pace e di spirituali delizie. - Infine tutto si compia per Maria. «Con questo non si dice che la Vergine è considerata come l’ultimo fine… il fine ultimo è solo Gesù Cristo. Si serve la beata Vergine come fine prossimo, come ambiente misterioso e mezzo facile per incontraci con Cristo… si deve - con la sua protezione – intraprendere e realizzare cose grandi per questa augusta Regina; sostenere i suoi privilegi… difendere la sua gloria… attirare tutti al suo servizio e a questa vera e solida devozione… In ricompensa… pretendiamo da lei solo l’onore di appartenere ad una Regina così amabile e la felicità di essere da lei uniti a Gesù, suo Figlio, con un vincolo indissolubile nel tempo e nella eternità!» (VD 265). Fare tutto per amore di Maria è una nota fondamentale della vita di Gabriele: è il movente del suo agire, come testimonia il direttore Cassinelli in una lettera inviata al padre di Gabriele due anni dopo la morte del santo: «”O Gabriele, ma non vorrai vincerti per amor di Maria?”. Questa espressione era sempre sulle labbra di confratel Gabriele. Anzi si giovava di questo affetto e confidenza per superare i più grandi impedimenti; perché allora ripeteva a se stesso: “Non vorrai vincerti per amor di Maria?”. Ciò era per lui di tanta efficacia, che non indietreggiava giammai». Tale fedeltà, per amore di Maria, segnerà tutta la sua vita; fino alla fine, Gabriele accetterà tutto per amore di Lei. Questi quattro atteggiamenti sono le espressioni privilegiate - in Montfort e in Gabriele - di una totale appartenenza-consacrazione al Signore, di una vita “mariaforme”, trasformata in Lei. Non a caso si chiama il giovane passionista porta il nome di Gabriele dell’Addolorata: per lui il nome comporta l’identificazione. Egli non ha emesso formalmente l’atto di consacrazione proposta da Montfort, ma ne ha vissuto pienamente lo Spirito e anche le pratiche essenziali. La sua devozione alla Vergine è stata indubbiamente “vera”, secondo le note qualificanti che Montfort espone nella prima parte del Trattato (fino al n. 117), a conclusione della quale afferma: «Vi sono molte altre forme di vera devozione a Maria, ispirate dallo Spirito Santo ad anime devote, e molto santificanti... devozioni che servono meravigliosamente a santificare le anime» (VD 117).
Solo a partire dal n.118 egli presenta la sua particolare pratica di devozione: «Detto questo, proclamo altamente che avendo letto quasi tutti i libri che trattano della devozione alla Vergine, ed avendo conversato familiarmente con le persone più sante e dotte di questi ultimi tempi, non ho conosciuto né appreso pratica di devozione verso la Vergine simile a quella che sto per esporre, la quale esiga da un’anima più sacrifici per Dio, che la svuoti maggiormente di se stessa e del suo amor proprio, che la custodisce più fedelmente nella grazia e la grazia in lei, che la unisca più facilmente e più perfettamente a Gesù Cristo, e infine che sia più gloriosa per Dio, santificante per l’anima e utile al prossimo… È lo stesso Spirito di Cristo che introdurrà in questo segreto l’anima molto fedele, perché avanzi di virtù in virtù, di grazia in grazia, di luce in luce, e giunga alla trasformazione di se stessa in Gesù Cristo» (VD 118-119). Trattandosi di un dono dello Spirito, di un segreto di Dio, crediamo che Gabriele abbia ricevuto questo dono, sia stato reso partecipe di questo segreto. Anche senza aver avuto la gioia di conoscere quel libro misterioso, ne ha condiviso lo spirito.”
Ho riportato le conclusioni di Padre Alberto Valentini per esteso in modo che gli appassionati mariologi possano attingere pienamente all’interessante confronto dei due “giganti” del pensiero mariano e nello stesso tempo di rendere così onore e gloria alla Vergine Maria.

tratto: http://perfettaletizia.blogspot.com/2010/02/san-gabriele-delladdolorata-con-san.html

lunedì 1 febbraio 2010

CORSO DI CRESIMA

VI INFORMIAMO CHE NELLA PARROCCHIA DI SAN GIROLAMO, E' INIZIATO IL 29 GENNAIO 2010, IL CORSO DI CRESIMA PER RAGAZZI E ADULTI. LE LEZIONI SI TERRANNO TUTTI I VENERDI' ALLE ORE 21 IN PARROCCHIA, PRESENTI IL PARROCO E IL CATECHISTA.
VI ASPETTIAMO NUMEROSI E INTANTO VI CHIEDIAMO PREGHIERE PER QUESTO EVENTO.
VI AUGURIAMO BUONA E SANTA GIORNATA E PACE NEL SIGNORE GESU', AMEN

domenica 31 gennaio 2010

PROMESSE DELLA VERGINE MARIA A COLORO CHE PORTANO SEMPRE CON SE' LA CORONA DEL SANTO ROSARIO

PROMESSE DELLA VERGINE MARIA A COLORO CHE PORTANO SEMPRE CON SE' LA CORONA DEL SANTO ROSARIO
Tutti coloro che portano fedelmente la corona del Santo Rosario, saranno da me condotti a mio Figlio.
2) Tutti coloro che portano fedelmente la corona del Santo Rosario, saranno da me aiutati nelle loro imprese.
3) Tutti coloro che portano fedelmente la corona del Santo Rosario, impareranno ad amare la Parola e la Parola li farà liberi. Non saranno più schiavi.
4) Tutti coloro che portano fedelmente la corona del Santo Rosario, ameranno sempre di più mio Figlio.
5) Tutti coloro che portano fedelmente la corona del Santo Rosario, avranno una conoscenza più profonda di mio Figlio nella loro vita quotidiana.
6) Tutti coloro che portano fedelmente la corona del Santo Rosario, avranno un desiderio profondo di vestire con decenza per non perdere la virtù della modestia.
7) Tutti coloro che portano fedelmente la corona del Santo Rosario, cresceranno nella virtù della castità.
8) Tutti coloro che portano fedelmente la corona del Santo Rosario, avranno una coscienza più profonda dei loro peccati e cercheranno sinceramente di correggere la propria vita.
9) Tutti coloro che portano fedelmente la corona del Santo Rosario, avranno un profondo desiderio di diffondere il messaggio di Fatima.
10) Tutti coloro che portano fedelmente la corona del Santo Rosario, sperimenteranno la grazia della mia intercessione.
11) Tutti coloro che portano fedelmente la corona del Santo Rosario, avranno pace nella loro vita giornaliera.
12) Tutti coloro che portano fedelmente la corona del Santo Rosario, saranno ripieni di un profondo desiderio di recitare il S. Rosario e meditare i Misteri.
13) Tutti coloro che portano fedelmente la corona del Santo Rosario, saranno confortati nei momenti di tristezza.
14) Tutti coloro che portano fedelmente la corona del Santo Rosario, riceveranno il potere di prendere decisioni sagge illuminati dallo Spirito Santo.
15) Tutti coloro che portano fedelmente la corona del Santo Rosario, saranno invasi da un profondo desiderio di portare oggetti benedetti.
16) Tutti coloro che portano fedelmente la corona del Santo Rosario, venereranno il mio Cuore immacolato e il Sacro Cuore di mio Figlio.
17) Tutti coloro che portano fedelmente la corona del Santo Rosario, non useranno il nome di Dio invano.
18) Tutti coloro che portano fedelmente la corona del Santo Rosario, avranno una profonda compassione per Cristo crocifisso e aumenterà il loro amore per Lui.
19) Tutti coloro che portano fedelmente la corona del Santo Rosario, saranno guariti da malattie fisiche, mentali ed emozionali.
20) Tutti coloro che portano fedelmente la corona del Santo Rosario, avranno pace nelle proprie famiglie.
(Promesse fatte dalla Vergine durante varie apparizioni)

martedì 15 dicembre 2009

Il significato del presbiterato oggi

Il significato del presbiterato oggi
(Ritiro del Clero della Diocesi di Palermo. 24 novembre 2009)
Rino La Delfa

I. La situazione dal Concilio ad oggi

Ricordiamo tutti quella che dopo il Concilio fu chiamata ‘crisi dell’identità sacerdotale’ (defezioni, svuotamento dei seminari, scoraggiamenti, ecc.)?

Cos’è avvenuto di fatto?

La riscoperta della sacramentalità dell’episcopato aveva rappresentato senza dubbi uno dei traguardi dottrinali più determinanti del Vaticano II.

La riflessione sul tema dell’episcopato era presente nel primo schema de ecclesia e approderà integralmente alla costituzione dommatica sulla Chiesa, Lumen Gentium per innervarne il capitolo III.

Si può dire che la rinnovata visione ecclesiologica conciliare sigillata dal Concilio in Lumen Gentium sia in larga parte dipesa dalla nacessità di situare in maniera ad esso adeguata la dottrina sull’episcopato in un orizzonte che ne facesse risaltare il tratto missionario.

Gradualmente le implicazioni di questa dottrina prolungheranno la loro eco in altri documenti, dal decreto sull’Ufficio pastorale dei Vescovi, Christus Dominus al decreto sul ministero e la vita sacerdotale, Presbyterorum Ordinis al decreto sull’attività missionaria della Chiesa, Ad Gentes.

Il Concilio cominciò a riflettere sulla teologia del ministero presbiterale quando ne avvertì la inadeguatezza rispetto alla rinnovata dottrina dell’episcopato.

Il nodo attorno a cui si sono aggrovigliati i maggiori problemi, sia durante che dopo il Concilio, era quello di sposare l’idea ‘ministeriale’ e ‘missionaria’ di vescovo delineata dalla Lumen Gentium con l’idea ‘sacrale’ e ‘cultuale’ di presbiterato ereditata dalla tradizione tridentina.

Il Concilio riuscì a plasmare una figura di presbitero ministeriale e missionaria, senza nulla togliere alla mansione sacerdotale-santificatrice del suo ministero.

Tuttavia l’aver posto l’accento più sulla dimensione ecclesiologica che su quella cristologica, che era alla base della visione tradizionale del ministero, ha destato una serie di domande fondamentali, le quali, anzichè trovare un giusto orizzonte di comprensione nella prospettiva ecclesiologica del Concilio stesso, hanno a loro volta innescato la cosidetta ‘crisi dell’identità sacerdotale’. (Pdv,11 suggerirà che la crisi si basò “su un’errata comprensione, talvolta persino volutamente tendenziosa, della dottrina del magistero conciliare”)

Negli anni che seguiranno al Concilio si avvertirà la difficoltà di delineare una teologia del sacramento dell’ordine, di fronte a numerosi problemi rimasti aperti e insoluti.

Tali problemi sono diventati oggetto di due sinodi episcopali che hanno trattato direttamente la questione del secondo grado dell’ordine, in particolare quello del 1971 sul sacerdozio ministeriale e quello del 1990 sul ministero presbiterale.

Da questi due sinodi, sono emersi due significativi documenti magisteriali: ‘Ultimis temporibus,’ de sacerdotio ministeriali, del 30 novembre 1971, pubblicato, per volontà di Paolo VI, così come è uscito dai lavori sinodali, e Pastores dabo vobis, l’esortazione apostolica postsinodale di Giovanni Paolo II, del 25 marzo 1992.

Sia il sinodo del 1971 che quello del 1990 sembrano adottare l’accentuazione piuttosto cristologica dell’identità rispetto a quella del Concilio, volutamente ecclesiologica.

La medesima impressione si ha leggendo la maggioranza dei documenti magisteriali post-conciliari sul presbitero. Essi sembrano mostrare in genere la preoccupazione sinodale di ribadire l’identità e non quella conciliare di presentare globalmente il ministero del presbitero; Infatti la prospettiva che ne deriva e che presiede alla trattazione nei documenti rimane prevalentemente cristologica (Cf. Congregazione per il Clero, Direttorio Dives Ecclesiae per il ministero e la vita dei presbiteri, 31 gennaio 1994; Id., Lettera circolare Il presbitero maestro della Parola, ministro dei sacramenti e guida della comunità in vista del terzo millennio cristiano, 19 marzo 1999; Id., Riflessione “Signore mio e Dio mio” Sacerdote sei mistero di misericordia! 13 maggio 2001; Id., Istruzione Il presbitero, pastore e guida della comunità parrocchiale, 4 agosto 2002; Anche i documenti pastorali della CEI sul tema del presbiterato: Seminari e vocazioni sacerdotali, 16 ottobre, 1979; il documento normativo La formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana, 15 maggio 1980 ripreso e aggiornato nel tempo fino allo scorso anno); il Codice di Diritto Canonico del 1983; la lettera Sacerdotium ministeriale della Congregazione per la Dottrina della Fede (6-8-1983); il documento del Segretariato per l’Unità dei Cristiani che offre la risposta cattolica al BEM (21-7-1987); il nuovo Rito di ordinazione, reso noto nel 1990; il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992; il Direttorio Dives Ecclesiae per il ministero e la vita dei presbiteri (31-1-1994), cit., il documento Il presbitero maestro della parola, ministro dei sacramenti e guida della comunità in vista del terzo millennio cristiano (19-3-1999)).

Meraviglia come la riflessione magisteriale recente sembri non aver saputo o voluto, fare uso delle sue stesse premesse conciliari su tale argomento, ritenendo piuttosto necessario dover ritornare all’impostazione pre-conciliare per salvaguardare l’identità del ministero ordinato.

Ma è davvero così? Alla nozione missionaria di ministero ordinato consacrata dal Concilio Vaticano II nell’orizzonte della sua ecclesiologia, il magistero postconciliare ha davvero opposto la questione della identità sacerdotale, consacrata dal Concilio di Trento? A mio parere andrebbero letti meglio i documenti. Credo infatti che la riflessione magisteriale post-conciliare abbia inteso coniugare insieme ministero e identità presbiterali, reciprocamente senza voler sminuire alcuno dei tratti distintivi. E che semmai la precedenza della dimensione cristologica rispetto a quella ecclesiologica sia da considerare un fatto determinante per coniugare insieme i due aspetti.

La difficoltà non indifferente per il Concilio stava nel dover sposare l’idea ‘ministeriale’ e ‘missionaria’ di vescovo delineata dalla LG con l’idea ‘sacrale’ e ‘cultuale’ di presbitero ereditata dalla tradizione tridentina.

Secondo quest’ultima, “Esiste un sacerdozio visibile del Nuovo Testamento col particolare potere spirituale di consacrare l’eucaristia e rimettere sacramentalmente i peccati. Questo sacerdozio è trasmesso mediante il sacramento dell’ordine: uno degli effetti del sacramento è il segno indelebile del carattere. Con l’ordine si ricollega l’ineliminabile struttura ‘gerarchia’ dell’ufficio sacerdotale, che si appoggia sulla missione di Cristo e non può essere dedotto dal ‘basso’” (Lettera dei vescovi tedeschi sull’ufficio sacerdotale , 1970) [unico grado: perdita del diaconato; Vescovo consacrato; sacerdozio diventa centrale).

Ora che il presbiterato veniva considerato come secondo grado dell’Ordine, dipendente dal primo, ne doveva riproporre i tratti: così il Concilio Vaticano II riuscì a plasmare, con molta fatica ma con un buon risultato, una figura di presbitero ‘ministeriale’ e ‘missionaria’, all’interno della quale raccoglie anche elementi più tradizionali in un intreccio sapientemente ecclesiologico e cristologico.

Per il vero, come è facile intuire, in Concilio si sono fronteggiate due teologie: da una parte quella tradizionale-cultuale, sostenuta particolarmente dai vescovi dei paesi di antica cristianità; e dall’altra, portata a Roma in particolare dai vescovi dei paesi di nuova cristianità, la concezione missionaria del ministero, che proponeva invece di partire dal presbitero e dal vescovo come inviati ad evangelizzare prima che a celebrare i sacramenti. L’esito globale è solido: è stata recepita in LG 28 e in PO 2, la visione missionaria del ministero; è indicativo in proposito il fatto che il decereto da solo contenga più di trenta riferimenti alla teologia della missione (In PO ricorre 21 volte il termine ‘missio’, 2 volte ‘missionalis’, 5 volte ‘missus’ e 9 volte il verbo ‘mitto’).

I numerosi commentatori del Concilio hanno prontamente evidenziato i tratti ‘nuovi’ che, considerati insieme, delineano la figura teologica del ministro ordianto secondo il Concilio.

In particolare, l’esegesi sul Concilio rileva i seguenti tratti distintivi del ministero: (1) Il Concilio ha posto le basi per un corretto rapporto tra dimensione cristologica ed ecclesiologica del ministero ordinato; mentre la teologia precedente esauriva il presbitero nella sola relazione con Cristo, il Vaticano II ha aperto la via promettente della “doppia rappresentanza” insieme di Cristo e della Chiesa. (2) Ha tolto il ministero ordinato dall’isolamento individualistico nel quale era considerato prima, recuperando il valore basilare del sacerdozio comune, il presbiterio, la collegialità dell’episcopato: prende così avvio un diverso rapporto tra dimensione individuale e comunitaria del ministero. (3) Ha soprattutto riletto in chiave missionaria l’intera teologia dell’Ordine, trattando di conseguenza del rapporto tra culto e apostolato in modo unitario, in tensione con l’accentuazione del compito cultuale propria dell’impostazione precedente consacrata dal Concilio di Trento e armonizzando così ordine e giurisdizione. (4) Ha infine evidenziato la discontinuità nel rapporto tra sacerdozio pagano-veterotestamentario e sacerdozio neotestamentario (a fronte di una visione pre-conciliare che la misconosceva quasi completamente). (5) Ha fatto derivare dal ministero le esigenze della vita spirituale e non viceversa.
Dall’analisi dei testi conciliari appare chiaro come il Concilio sviluppi la dottrina sul presbitero in relazione all’ecclesiologia e alla cristologia.


II. Punti da tenere presenti nella composizione del profilo del presbitero (formazione e spiritualità)

1. Importanza del riferimento a Cristo e alla Chiesa nella formazione e nella spiritualità. (duplice riferimento alla missione dei laici sulla base del Battesimo e dei vescovi come primi missionari e garanti della comunione ecclesiale sulla base della sacramentalità dell’episcopato).

2. Il vescovo rappresenta l’immagine paradigmatica della missione di tutta la Chiesa. Il presbitero a immagine del vescovo si scopre partecipe di una dinamica missionario-ecclesiale prima che parte di una prospettiva sacramentale-sacrificale.

Da Trento in poi il presbitero veniva definito essenzialmente in funzione dell’eucaristia: il sacramento dell’ordine dà questo potere e il carattere che conferisce deputa a questo ufficio. Tutte le altre funzioni esercitate dal prete non erano specificamente sacerdotali o, almeno, non avevano la loro radice nel sacramento. Esse trovavano la loro radice nella giurisdizione, che emerge e si impone come la tematica fondamentale nella ecclesiologia post-tridentina. La giurisdizione definiva la posizione del sacerdote nella comunità ecclesiale: il prete con il vescovo e con il Papa costituiva la gerarchia; e in essa era in posizione inferiore rispetto al vescovo. Il presbitero appariva quindi legato al vescovo non da un sacramento, ma dalla giurisdizione. (forse questo retaggio sussiste e impedisce la ripresa di un rapporto autentico)

3. La novità conciliare consiste nell’avere per sempre diradato questa prospettiva univoca, invocando per il prete, attraverso il richiamo ai tria munera di Cristo, una identità sacramentale, la quale, da sola, esprime il vincolo ‘ontologico’ che l’ordinazione stabilisce tra il presbitero e Cristo, e conseguentemente tra il presbitero e il vescovo.

Questa scelta tanto determinante porta con sè delle conseguenze non indifferenti per l’ecclesiologia e la teologia del ministero stesso. Ne segnaliamo alcune. In primo luogo, va indicato il superamento di un dualismo ecclesiologico che sta alla base della distinzione dell’attività della Chiesa in due potestates, distinzione tra una potestas ordinis e una potestas iurisdictionis, testimoniata esplicitamente dal secolo XIII in poi (a causa di una discarsia tra interpretazione agostiniana e scolastica). In tale prospettiva la Chiesa non si comprende più tanto come realtà sacramentale entro la quale vi sono anche determinazioni giuridiche (il piano della grazia e dei sacramenti: Ecclesia communio), quanto come societas di tipo giuridico entro la quale vi sono anche i sacramenti (il piano del diritto e dell’amministrazione: Ecclesia societas). Al suo interno, l’essenza del sacerdozio consiste nell’abilitazione al ministero cultuale derivante dalla potestas ordinis; mentre i compiti di predicazione e guida pastorale derivavano dalla potestas iurisdictionis e non fanno parte dell’essenza teologica del sacerdozio. In termini molto semplici: dal sacramento proveniva il ministero liturgico, mentre dal diritto il ministero magisteriale e pastorale.

Il superamento di tale dualismo, e la conseguente armonizzazione di ordine e giurisdizione, per il prete avviene – come abbiamo detto – mediante la riconduzione di tutti e tre i munera all’Ordine. Parlando di ministero presbiterale, il Concilio rifiuta le alternative tra ‘evangelizzatore’, ‘uomo di culto’ o ‘pastore’. Il prete è tutti e tre gli aspetti insieme. Essi non sono semplicemente giustapposti, ma profondamente integrati e vicendevolmente ordinati.

4. Avere stabilito il concetto della doppia rappresentanza, esprime da una parte il legame con Cristo, ampiamente riconosciuto dalla Tradizione, rapporto che però non si risolve in una superiore ‘dignità’ rispetto al popolo di Dio ma in un servizio ad esso. Dall’altra parte esso implica un carattere essenzialmente comunitario del presbiterato. Il Concilio ha infatti liberato il prete dall’indivdualismo cui lo aveva relegato una certa interpretazione cristologica, mettendo in evidenza il legame di consacrazione-missione tra tutti i presbiteri e di questi con i vescovi. Tale aspetto diventa teologicamente fruibile a partire dal recupero del concetto di presbiterio. In relazione alla Chiesa, mediante il chiarimento del rapporto tra ministero sacerdotale e sacerdozio comune.


III. L’importanza della crisi per la ripresa del legame tra Cristo e Chiesa nella formazione del presbitero

Si vuole adesso ricomporre la teologia dei due aspetti (sacrale e missionario) così come vogliono esprimerla i due maggiori documenti sul sacerdozio dopo il Concilio:

a. ‘Ultimis temporibus,’ de sacerdotio ministeriali, del 30 novembre 1971

Per il sinodo del ’71, il sacerdozio ordinato risulta “necessario” in quanto segno e strumento della grazia preveniente, così che la Chiesa mantenga quella coscienza della sua dipendenza da Cristo che è conditio sine qua non della sua esistenza e missione. La chiave di volta del documento tuttavia consiste nella reiterata sottolineatura di Cristo come colui che esprime e manifesta la presenza e la efficacia dell’amore preveniente di Dio (n. I,1): in tal senso lo stesso “sacerdote è il segno del divino e preveniente disegno, che oggi è proclamato ed è efficace nella Chiesa” (n.I,4).

L’accesso a Cristo avviene attraverso la Chiesa degli apostoli ma nel senso della mediazione specificata nel seguente passo: “Un solo ministero sacerdotale del nuovo testamento, che continua l’ufficio di Cristo mediatore, ed è distinto essenzialmente e non solo per grado dal sacerdozio comune di tutti i fedeli (cf. LG 10), rende perenne l’opera essenziale degli apostoli: infatti col proclamare efficacemente il vangelo, col congregare e guidare la comunità, col rimettere i peccati e soprattutto con la celebrazione eucaristica, rende presente Cristo capo della comunità nell’esercizio della sua opera dell’umana redenzione” (n.I,4). la Chiesa è stata associata a sè da Cristo per essere sacramento di quella salvezza che da Dio ci è pervenuta attraverso Cristo (n.I,3).
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Forse il modo migliore di commentare queste affermazioni è quello di citare un’affermazione di Paolo VI, Papa di quel sinodo. Nel messaggio ai sacerdoti a chiusura dell’anno della fede (1968), suggeriva: “Il prete è di per sè il segno dell’amore di Cristo verso l’umanità, ed il testimone della misura totale con cui la Chiesa cerca di realizzare quell’amore, che arriva fino alla croce”.

In questo caso cioè non vale semplicemente sottolineare l’uso della categoria del segno per esprimere le realtà soprannaturali presenti nel mondo, quanto invece la forza dell’aggettivo ‘preveniente’ col quale si vuole implicare una chiamata per il sacerdote ad essere davanti alla Chiesa, a immagine di Cristo, la garanzia che il piano di Dio, voluto in Cristo, si realizza mediante la Chiesa. In considerazione di ciò, il rapporto presbitero-Cristo appare forse esclusivo se letto dalla prospettiva della categoria di segno, mentre si apre a una ulteriore interpretazione, se lo si legge nella prospettiva del qualificativo ‘preveniente’, un concetto che per sua natura rimanda piuttosto al rapporto Chiesa-mistero, ovvero alla prospettiva ecclesiologica del Vaticano II, la quale non elude l’aspetto cristologico ma lo sottende, elaborandolo nella dimensione ecclesiologica, secondo il principio della doppia rappresentanza.

Se il segno è per la Chiesa e l’umanità (e questo è Cristo, considerato nella veste gerarchica della Chiesa, la cui iniziativa apostolica è attuata in continuità con la capitanità di Cristo), l’azione preveniente di Dio in Cristo include invece la Chiesa non solo come destinataria ma anche come latrice della sua grazia (e questo esprime il rapporto sacramentale Cristo-Chiesa, il quale manifesta comunque l’assoluta priorità di Cristo sulla Chiesa, mentre rende la Chiesa relativa a Cristo davanti al mondo). Nella prospettiva dell’analogia sacramentale istituita dal Concilio la Chiesa non è segno a se stessa ma sacramento universale di ciò che Cristo ha fatto. La sacramentalità, dunque, in forza della non debole analogia su cui si fonda, più che servire a indicare il mistero, rappresenta il modo della partecipazione al mistero stesso.

(L’accentuazione cristologica del sinodo del ’71 rispetto al Concilio è dovuta al tentativo di recuperare la specificità teologica del prete in risposta alla crisi. Al Concilio è mancato lo stimolo che muove il sinodo, cioè la “crisi di identità”, che impone la ricerca delle ragioni di esistenza del sacerdozio. Viceversa al sinodo è mancata la “serenità” del Concilio, così che i suoi testi risultano ad alcuni più datati e meno utili per una presentazione organica del presbiterato).


b. Pastores dabo vobis, l’esortazione apostolica postsinodale di Giovanni Paolo II, del 25 marzo 1992

Pastores dabo vobis considera il presbitero alla luce della Chiesa mistero, comunione e missione (n.12) e nella relazione fondamentale con Cristo capo e pastore, al quale il sacerdote deve conformarsi nella vita spirituale mediante l’esercizio della carità pastorale (nn. 13-15; 21-23).

“E’ all’interno del mistero della Chiesa, infatti, come mistero di comunione trinitaria in tensione missionaria, che si rivela ogni identità cristiana, e quindi anche la specifica identità del sacerdote” (n. 12). Ma la Chiesa, in quanto mistero, “è essenzialmente relativa a Gesù Cristo”. Da qui il rapporto preferenziale del sacerdote a Cristo: “Il riferimento a Cristo – impone l’esortazione – è la chiave assolutamente necessaria per la comprensione della realtà sacerdotale” (n. 12). “I presbiteri sono nella Chiesa e per la Chiesa una ripresentazione sacramentale di Cristo capo e pastore” (n. 15).

Incuriosisce l’asserzione che riguarda l’essere del presbitero “nella Chiesa ma anche di fronte alla Chiesa”, atta a distinguere contemporaneamente due modalità di essere del soggetto descritto.

Per il vero l’espressione non fu coniata al sinodo ma appartiene alla riflessione teologica degli anni ’70. Pastores dabo vobis recita: “Gli apostoli e i loro successori, quali detentori di un’autorità che viene loro da Cristo capo e pastore, sono posti – col loro ministero – di fronte alla Chiesa come prolungamento visibile e segno sacramentale di Cristo nel suo stare di fronte alla Chiesa e al mondo, come origine permanente e sempre nuova della salvezza” (n. 22).

Lo stesso paragrafo antecedentemente aveva preparato la via a tale affermazione allorchè aveva asserito “Non si deve pensare al sacerdozio ordinato come se fosse anteriore alla Chiesa, perchè è totalmente al servizio della Chiesa stessa; ma neppure come se fosse posteriore alla comunità ecclesiale, quasi che questa possa essere costituita senza tale sacerdozio”. Questa citazione adeguatamente commenta il senso dell’affermazione “di fronte alla Chiesa”: Per mezzo del sacerdozio ministeriale la Chiesa prende coscienza di non essere da se stessa ma dalla grazia di Cristo nello Spirito Santo. Perciò al n. 12, Pastores dabo vobis aveva affermato: “In questo contesto l’ecclesiologia di comunione diventa decisiva per cogliere l’identità del presbitero, la sua originale dignità, la sua vocazione e missione nel popolo di Dio e nel mondo. Il riferimento alla Chiesa è, perciò, necessario, anche se non prioritario nella definizione dell’identità del presbitero. In quanto mistero, infatti la Chiesa è essenzialmente relativa a Gesù Cristo…”

Non è pura coincidenza che, al pari del documento finale del sinodo del ’71 con la sua insistenza sulla “prevenienza”, anche per l’esortazione pontificia che è seguita al sinodo del ’90, la chiave di lettura dell’intero documento risieda nella dinamica conciliare della doppia rappresentanza, espressa anche qui dal reiterarsi di una espressione “nella Chiesa e di fronte alla Chiesa”, che per la sua valenza tecnica e l’insistenza delle sue apparizioni, specie nei punti più delicati del discorso, esprime tale duplice dinamica.


IV. Valutazioni conclusive

La Chiesa non si identifica totalmente con il suo Signore: la realtà di Cristo è eccedente rispetto a quella della Chiesa; nel momento in cui la Chiesa perdesse la coscienza di questo ‘scarto’ tra essa e Cristo, cesserebbe di essere Chiesa, perchè soffocherebbe nell’illusione di una impossibile autorealizzazione della salvezza.

Il ministero ordinato si colloca entro questo scarto: nello stesso tempo “dentro” la Chiesa e “di fronte” ad essa (non fuori, nè sopra, o come se fosse mediatore), come segno e strumento personale e visibile dell’invisibile primarietà di Cristo. Il ministero ordinato è costitutivo della Chiesa proprio perchè l’autocoscienza della Chiesa di essere “Ecclesia Christi” non è accidentale, ma condizione per l’esistenza della Chiesa stessa. In tal senso si possono – col Concilio – recuperare i dati neotestamentari che mostrano effettivamente come il ministero ordinato derivi dalla linea apostolico-episcopale della missione e si eserciti come doppia “rappresentanza” di Cristo e della Chiesa. Gli elementi cristologico ed ecclesiologico del ministero ordinato vanno mantenuti in tensione dialettica e sono entrambi necessari, pur nella primarietà fondante del primo.

Tale tensione dialettica, se mantenuta costantemente, da sola, potrà evitare di fare cadere la considerazione del ministero nella esclusiva interpretazione cristomonistica della quasi-identificazione Cristo-sacerdote e nella insistenza sulla alterità del ministro nei confronti della Chiesa, facendone, a immagine di Cristo, il “mediatore” tra Cristo e la Chiesa.

D’altro canto, essa evita che la Chiesa, punto di forza di una interpretazione ecclesiomonistica, venga, nella logica delle rivendicazioni “democraticistiche’ biasimate dai documenti postconciliari, considerata non tanto un fondamento del ministero, quanto la realtà assoluta da cui esso deriva.

La riscoperta dell’istituto del presbiterio, avvenuta ad opera della Lumen Gentium, costituisce il locus theologicus entro cui tenere desta questa tensione. Non si può comprendere altrimenti l’insistenza con cui la Pastores dabo vobis connoti come “relazionale” l’identità del presbitero: “ Si può comprendere la connotazione essenzialmente ‘relazionale’ dell’identità del presbitero: mediante il sacerdozio, che scaturisce dalla profondità dell’ineffabile mistero di Dio. Ossia dall’amore del Padre, dalla grazia di Gesù Cristo e dal dono dell’unità dello Spirito santo, il presbitero è inserito sacramentalmente nella comunione con il vescovo e con gli altri presbiteri”. Il presbiterio declina presbitero al plurale e lo pone immediatamente nella tensione dialettica della doppia rappresentazione. Ne deriva un eccezionale postulato al quale nè il Concilio, con la sua preoccupazione di evitare l’aggettivo “collegiale” per il presbiterio, nè la successiva riflessione magisteriale hanno ancora tributato sufficiente e adeguata attenzione. L’immanenza del presbitero al presbiterio conferisce al presbitero la sua identità ecclesiale propria e specifica la Chiesa come una realtà sinodale, sia nella sua dimensione locale che nella sua tensione universale.

ANNO SACERDOTALE

Il dono del sacerdozio alla Chiesa e al mondo

Oggetto: messaggio del Prefetto della Congregazione per il Clero. La Preghiera nella vita del sacerdote

Dicembre 2009.
Cari Presbiteri,

Nella vita del Presbitero, la preghiera occupa necessariamente uno dei posti centrali. Non è difficile capirlo, perché la preghiera coltiva l’intimità del discepolo col suo Maestro, Gesù Cristo. Tutti sappiamo che, quando essa viene meno, la fede si indebolisce e il ministero perde contenuto e senso. La conseguenza esistenziale per il Presbitero sarà avere meno gioia e meno felicità nel ministero di ogni giorno. È come se, sulla strada della sequela di Gesù, il Presbitero, che cammina insieme a tanti altri, cominciasse ad arretrarsi sempre più e così si allontanasse dal Maestro, fino a perderLo di vista all’orizzonte. Da allora, egli resta smarrito e vacillante.
San Giovanni Crisostomo, in un’omelia, commentando la Prima Lettera di Paolo a Timoteo, avverte con saggezza: “Il diavolo infierisce contro il pastore […]. Infatti, se uccidendo le pecore il gregge diminuisce, eliminando invece il pastore, egli distruggerà l’intero gregge”. Il commento fa pensare a molte situazioni odierne. Il Crisostomo ci ammonisce che la diminuzione dei pastori fa e farà calare sempre più il numero dei fedeli e delle comunità. Senza pastori, le nostre comunità saranno distrutte!
Ma qui vorrei anzitutto parlare della necessaria preghiera affinché, come direbbe il Crisostomo, i pastori vincano il diavolo e non vengano meno. Veramente, senza il cibo essenziale della preghiera, il Presbitero si ammala, il discepolo non trova la forza per seguire il Maestro, e così muore per denutrizione. In conseguenza, il suo gregge si disperde e, a sua volta, muore.
Infatti, ogni Presbitero ha un riferimento essenziale alla comunità ecclesiale. Egli è un discepolo molto speciale di Gesù, il quale lo ha chiamato e, per il sacramento dell’Ordine, lo ha configurato a Se, come Capo e Pastore della Chiesa. Cristo è l’unico Pastore, ma ha voluto fare partecipare a Suo ministero i Dodici e i loro Successori, mediante i quali anche i Presbiteri, sebbene in grado inferiore, sono fatti partecipi di questo sacramento, cosicché anche loro partecipano in modo proprio al ministero di Cristo, Capo e Pastore. Ciò comporta un legame essenziale del Presbitero con la comunità ecclesiale. Egli non può fare a meno di questa sua responsabilità, dato che la comunità senza pastore muore. Anzi, sull’esempio di Mosé, deve restare con le braccia alzate verso il cielo, in preghiera, affinché il popolo non perisca.
Perciò, il Presbitero per restare fedele a Cristo e fedele alla comunità, ha bisogno di essere un uomo di preghiera, un uomo che vive nell’intimità del Signore. Ha bisogno inoltre di essere confortato dalla preghiera della Chiesa e di ogni cristiano. Le pecore preghino per il loro pastore! Quando, però, lo stesso Pastore si rende conto che la sua vita di preghiera si indebolisce, è ora di rivolgersi allo Spirito Santo e chiedere coll’animo del povero. Lo Spirito riaccenderà il fuoco nel suo cuore. Riaccenderà la passione e l’incanto verso il Signore, che è sempre là e con lui vuole cenare!
In quest’Anno Sacerdotale, vogliamo pregare, con perseveranza e tanto amore, per i Preti e con i Preti. A tal proposito, la Congregazione per il Clero, ogni primo Giovedi del mese, durante l’Anno Sacerdotale, alle ore 16, celebra un’Ora eucaristico-mariana, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma, per i Preti e con i Preti. Molta gente viene, con gioia, a pregare con noi.
Carissimi Sacerdoti, il Natale di Gesù Cristo si avvicina. Vorrei fare a tutti voi i migliori e più fervidi auguri di un Buon Natale e Felice Anno 2010. Nel presepe il Bambino Gesù ci invita a rinnovare riguardo a Lui quell’intimità di amico e discepolo, per rinviarci come i suoi evangelizzatori!

Cardinale Cláudio Hummes
Arcivescovo Emerito di São Paulo
Prefetto della Congregazione per il Clero

mercoledì 14 ottobre 2009

GIACULATORIA ALLA MADONNA

MADONNA DELLE GRAZIE, PREGA PER NOI E PER IL MONDO INTERO, PER LE NS FAMIGLIE, PER I SACERDOTI, PER I GIOVANI, PER GLI ANZIANI, PER LE ANIME SANTE DEL PURGATORIO, PER LE CONVERSIONI, PER GLI AMMALATI E I SOFFERENTI, PER TUTTI COLORO CHE HANNO BISOGNO DELL'AMORE DI DIO, AMEN